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Intervista a:

Gianfranco Nocilla [gianfranconocillacoach] 


COACH
Che tipo di coaching realizzi? Come sono i tuoi clienti?
Principalmente Career Coaching, a cui affianco Executive, Team e Corporate Coaching. Questa enfasi sul mondo corporate è legata alla mia significativa esperienza aziendale, in qualità di senior global project leader R&D per una multinazionale-leader di beni di largo consumo. La mia definizione di coaching è l’"arte di agevolare lo sviluppo del potenziale umano, per raggiungere mete rilevanti e significative". Conseguentemente, svolgo anche Personal Coaching a clienti "non aziendali", che vogliano affrontare cambiamenti maggiori nella loro vita. Ciò che accomuna le due categorie di clienti è la presenza o la necessità di una trasformazione, la necessità di fare chiarezza e di progettare un percorso verso l'equilibrio, la soddisfazione e l'eccellenza, che sia allineato con i loro valori profondi.
Puoi fornirci dei link dove vedere il tipo di lavoro che svolgi, o il luogo dove lo eserciti?
Esercito la mia attività di coach in Italia e Francia, e sia in passato che recentemente ho avuto anche coachees inglesi e tedeschi. Grazie alla tecnologia e alla mia mobilità, non ho preclusioni sul dove. Ti invito a visitare il mio sito/blog sul career coaching: www.gianfranconocillacoach.it
Come sei arrivato ad essere coach? Hai delle qualità innate, o è qualcosa che si apprende?
Nel 2003, un Director della mia azienda mi propose un breve percorso di coaching per “accompagnarmi” nella mia imminente expatriation in Francia. Una volta in Francia, cominciai ad approfondire l’argomento del coaching anche mediante la partecipazione a corsi di formazione aziendali. Mi appassionai così alla disciplina del coaching e mi “lanciai” rapidamente in sessioni di coaching con colleghi e assistenti. Nel 2009 ho partecipato ad un programma di Corporate Coaching accreditato da ICF (International Coach Federation) e nel 2010 mi sono accreditato ACC (Associate Certified Coach) presso ICF. Qualità innate? Studio? Certamente molto studio ed approfondimenti su discipline affini, legate allo sviluppo umano, all'apprendimento e alle evoluzioni del mondo business. A ciò, bisogna affiancare molta passione ed un genuino interesse verso il coaching e verso il progresso del coachee. Non per niente l'International Coach Federation (o "ICF") definisce il coaching un'arte, non un semplice "mestiere".
Come definisci l’obbiettivo del tuo lavoro con una persona, e come puoi monitorarne il progresso?
Uno dei cardini della relazione di coaching è che l'agenda viene fissata dal cliente, sia in termini di macro-obiettivo del percorso di coaching che di micro-obiettivo della singola sessione. Nella fase di goal setting, il mio ruolo di coach consiste nell'aiutare il coachee a chiarire il proprio obiettivo, che sia traducibile in un piano di azioni specifiche, misurabili, raggiungibili, realistiche e scadenzate nel tempo (i.e. SMART). Ciò è possibile attraverso una relazione di fiducia, domande potenti, ascolto profondo e tecniche specifiche. In particolare, per quanto riguarda la definizione del macro-obiettivo, adotto di volta in volta lo strumento più appropriato al cliente ed al suo contesto: visioning, brainstorming, domande, esercizi, homeworks ecc. Anche per il monitoraggio del progresso, mi affido a tecniche ed approcci diversificati, che vanno dalla raccolta di feedback a 360°, alle interviste con gli stake holders, alle autovalutazioni.
Cosa deve mettere da parte sua, la persona che stai aiutando?
Una relazione di coaching è una rapporto di crescita reciproca, basata su fiducia, onestà, trasparenza, riservatezza, buona volontà, buona fede ed ovviamente ottima preparazione professionale da parte del coach. Cionondimeno, per garantire l’efficacia di un programma di coaching, è fondamentale che il coachee rispetti la pre-condizione della volontarietà. Ovvero: il cliente aderisce spontaneamente al percorso di coaching, assicurando coinvolgimento ed impegno.
Che cosa motiva qualcuno a lavorare con più efficienza?
Numerosi sono i fattori che possono motivare a lavorare meglio e di più o che, al contrario, possono causare un crollo dell'efficienza, della motivazione, dell'autostima... Menzionerei innanzitutto il lavorare per uno scopo chiaro e congruente con le proprie aspirazioni, il proprio carattere, le proprie ambizioni. Se si lavora per qualcosa in cui ci si immedesima e che è coerente con i propri principi, l'efficienza, la creatività, i risultati sono incomparabilmente migliori. Inoltre, una catena di piccoli e grandi successi aiuta a rafforzare la propria auto-stima e soprattutto la fiducia in se stessi, con immediati effetti benefici sulle performance. Come coach, agisco su entrambi questi cardini, aiutando il cliente a trovare e costruire il proprio futuro desiderato ed "allineato" con i propri valori ed un'immagine vincente di sé.
Come lavori dal punto di vista emozionale?
Certamente non negando l'esistenza delle emozioni... Le emozioni, anche forti, fanno parte integrante di una relazione di coaching e, come coach, devo essere capace di leggerle ma, al tempo stesso, di non farmi travolgere. Talvolta mi capita, in presenza di pattern di inattività o di cecità, di intuire un blocco emotivo; se la relazione è già salda e matura, chiedo il permesso di affrontarlo. Ovviamente, il cliente è libero di rifiutarsi senza compromettere la relazione di coaching, pur essendo informato che la velocità dei progressi potrebbe essere influenzata da tale diniego.
Si può infondere il pensiero positivo come un uso comune e quotidiano?
"Infondere" mi dà la sensazione di una manipolazione, che NON fa parte del coaching. Credo che questa domanda nasca dall'aver considerato delle attività motivazionali "da stadio", che - pur essendo di moda - non hanno nulla in comune con il coaching. In ogni modo, il coach suggerisce al coachee di soffermarsi sui propri successi e sui propri errori, per ricavarne il massimo insegnamento e per rinforzare un'immagine vincente di sé. Personalmente, non credo nel "pensiero positivo" come una panacea o un elemento fondamentale del processo di sviluppo personale e professionale.
Come si impara ad ascoltare?
Innanzitutto con l'esercizio e l'impegno e tanto studio. Sembra strano, ma l'ascolto profondo tipico del coaching non è un'attività a cui si è generalmente preparati, abituati come si è ad interpretare ciò che ci viene detto, ad anticipare le parole dell'interlocutore, a dare consigli. Si tratta di diventare "egoless", ovvero di mettere da parte il proprio io, sospendendo giudizi, pregiudizi, previsioni, consigli, proiezioni, aspettative, emozioni negative... Inoltre, è necessario imparare ad ascoltare non solo le parole, ma anche i messaggi verbali e non verbali che vengono inviati dal coachee, che rappresentano ben il 93% del contenuto globale della comunicazione!
Come definiresti il concetto di compromesso? E che importanza ha nello sviluppo di una persona?
Il concetto di compromesso è legato più alla negoziazione che allo sviluppo umano o professionale. La materia del coaching è il futuro soddisfacente ancora da creare, ma spesso si ragiona anche di risultati o situazioni non ideali. Però, non nel senso di un compromesso, bensì dell'accettazione: invece di continuare a sprecare energie e tempo nel lottare contro alcuni mulini a vento che non dipendono da noi, talvolta bisogna accettarne l'esistenza.
Entrambe le cose sono importanti, ma dove sta l’equilibrio tra sognare ed essere realisti?
Il coaching può essere visto metaforicamente con un ponte tra la situazione attuale insoddisfacente del cliente ed un futuro di successo e soddisfazione. Quindi, alla base stessa del coaching (ovvero nella definizione del macro-obiettivo), vi è proprio un'attività di visioning, ovvero immaginare e "pre-vivere" una situazione desiderata, che sia in linea con i propri valori, le proprie ambizioni, la propria realtà. Una volta definita, verificata e sfidata la meta, inizia poi la fase della definizione di piani di azione, che, per definizione, devono essere concreti e realistici. Ecco un altro ponte, dunque: dall'immaginazione alla realtà.
Disciplina e creatività, sono due forze in opposizione, o sono complementari?
L'una non è l'opposto dell'altro, né vi è una relazione di complementarità stretta. La creatività "disciplinata" è molto più potente di una creatività sregolata e sfrenata; la disciplina "creativa" non è opprimente ed asfissiante come quella ferrea, militare. Come coach, alleno il cliente ad esercitare la propria creatività ed a renderla realistica ed "implementabile" tramite la disciplina di un piano di azioni.
Di solito, come sono le relazioni personali che hai con le persone con cui lavori?
Prima di tutto professionali: il coaching è regolato da un severo codice etico e deontologico. Quello a cui aderisco è il codice etico di ICF, di cui sono membro. Detto ciò, aggiungo che - dato l'ambito di sviluppo personale e professionale ed i temi che si affrontano - la relazione con i miei coachee non è e non può essere "asettica": se non c'è chimica, apertura, fiducia, stima reciproca, interesse reciproco non si va avanti. Generalmente, creo legami profondi e duraturi con il mio cliente.
Quando il coach è confuso o perso, dove incontra la sua guida? Chi è il coach del coach?
Una delle caratteristiche di un coach professionista è quello di essere "coachable", ovvero di essere aperto e disponibile ad essere "coachato" da altri colleghi. L'essere a nostra volta coachee di nostri colleghi coach professionisti è una costante, al fine di risolvere e chiarire punti oscuri personali o professionali. Non ho mai incontrato coach - persino master coach, che abbiano persino ricoperto ruoli primari in organizzazioni internazionali - che non siano a loro volta clienti di altri coach. Faccio notare che, al fine di ottenere da ICF la certificazione di coach professionista è necessario, oltre allo studio, fare un grande lavoro documentato su se stessi con coach di esperienza. Inoltre, per il rinnovo delle credenziali è obbligatorio certificare un percorso di coaching sulle competenze chiave, da svolgere con un coach-mentore.
L’eccesso di autostima può arrivare ad essere il peggiore degli ostacoli?
L'eccesso è, per definizione, un ostacolo, denotando una mancanza di equilibrio. Come già accennato, per me il coaching è l’"arte di agevolare lo sviluppo del potenziale umano, per raggiungere mete rilevanti e significative". Per ottenere ciò, evidentemente è necessario sviluppare nel cliente autostima e fiducia in sé, ma anche un'apertura a feedback e nuovi punti di vista ed un buon livello di umiltà.
In che modo si seleziona un coach, a tuo parere? Deve essere qualcuno che abbia fatto il cammino che io voglio fare?
Il coach si seleziona innanzitutto secondo le proprie esigenze. Secondo me, il seguente processo è il migliore: 1. identificare l’area su cui si vuole focalizzare il percorso di coaching, in modo da arrivare alla prima sessione già con delle idee chiare. Anche se spesso la verità è a un livello più profondo di quanto non si creda (ma farla affiorare è il mestiere del coach), serve tuttavia un punto di partenza. 2. Fatta chiarezza sulla macro-area, bisogna cercare un coach in possesso di credenziali, che abbia esperienza nel campo specifico. Per compiere tale ricerca, possono essere utili dei blog, dei siti, il passa parola di un conoscente che sia stato coachee, i database di federazioni come ICF... 3. E' poi necessario reperire informazioni specifiche sul professionista tramite il sito internet, il suo blog, le sue referenze ed i suoi clienti, chiedendo loro come e in quali aree il coach sia stato particolarmente utile e d’aiuto. 4. Una volta identificato il potenziale coach, bisogna contattarlo per porgli delle domande sulle proprie aree di eccellenza, sui propri errori e su cosa abbia appreso da essi. (Un coach che affermi di coprire tutti i domini di coaching e che neghi errori è evidentemente poco credibile.) Se ci si sente di potersi fidare del coach in questione, allora si può cominciare! Non sono d'accordo sulla seconda domanda: il coach è un professionista ed un tecnico del cambiamento e dello sviluppo umano, non un mentore o un consulente, che debba conoscere il mondo del coachee. Serve empatia, ascolto contestuale e profondo, ma non certo l'aver fatto l'esatto cammino del cliente. Perché, poi? Per dare consigli? Il coach non ne dà: svolge un supporto molto più generale e profondo che fornire dritte o ricette.
Se decidessi iniziare un’auto-trasformazione, che consigli mi daresti, a livello generale?
Se hai già deciso di iniziare una trasformazione, significa che senti il bisogno di un cambiamento profondo e che, in parte, ti sei già "messo in moto". Quindi, in linea generale ti consiglierei di scandagliare ulteriormente i motivi di tale insoddisfazione e la direzione che vorresti dare alla trasformazione. E di rivolgerti a me, ingaggiandomi come coach esperto di trasformazione: comprendere le molle di una trasformazione ed individuare la meta generalmente non bastano a affettuare la trasformazione desiderata. SERVE UN COACH!
 

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© Gianfranco Nocilla
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